UN ALTRA VITA

TAMIK

A quanto pare in un ’altra vita erano stati fratelli incestuosi.

L’albero con due tronchi

Vivevano in un isola nell‘Egeo. Il ragazzo era il più grande dei tanti figli di una famiglia di armatori di barche. Bello e forte, oltre che intelligente, comandava le navi già da giovanissimo.

 Quando rientrava, dai viaggi, tornava nella casa di famiglia e vi restava, per tutto il periodo, che le navi stavano in porto. Fra il navigante e la sorella più grande, nacque un grande amore che vissero in segreto . Quando il giovane si sposò usci dalla casa paterna per costituire una nuova famiglia.

 Anche sua sorella, fu indotta a matrimonio ed usci di casa. Per tanto tempo vissero separati l’uno dall’altro, anche se per lui, lei era l’amore fisico, la tenerezza, la passione e la poesia.

 La loro situazione famigliare non permetteva loro, di incontrarsi, anche se vivevano nel ricordo della loro passione.

Il padre si era sempre accorto dei loro stati d’animo ed aveva operato per evitare di farli incontrare. Quando il padre morì, si poterono riabbracciare e da quel giorno cominciarono a fare di tutto per rivedersi ed amarsi, di nascosto da tutti. Il comandante ebbe tante donne, per dimenticare la sofferenza di non vedere la sorella. Lei soffriva, ma non voleva rendere pubblica la loro passione.  Nel giardino della casa paterna venne piantato, com’era costume, un albero, il giorno della nascita del primo figlio. Questo albero crebbe, diventò grande, tanto da ombreggiare tutto il cortile, ma accanto al tronco, ad oriente, spuntò un altro tronco che si ingrandiva ed intrecciava i rami col tronco grande.

Quando venivano potati i rami di incrocio, cadevano le foglie e non ricrescevano più in tutto l‘albero.

Si capì che per crescere bene i rami, dovevano stare abbracciati. Con i rami intrecciati, le foglie erano sempre verdi e profumate e quando era sera, arrivava la brezza, producevano una musica che si spargeva in tutto il vicinato.

Apollo e Dafne

Oggi, Tamik, un medico iraniano in visita in Sardegna, ospite di amici comuni, volle conoscermi

Aveva spesso sentito parlare di me. Aveva cercato, in rete, di conoscere il mio lavoro. Si era informato e voleva chiedermi di persona, alcune cose, relativamente al tema di Apollo e Dafne e dei miei alberi.

 Aveva con se tante riproduzioni con appunti minutissimi.

Mi parlò subito di reincarnazione.

 Mi chiese se avessi mai fatto  regressioni, analisi o ricerca esoterica della mia entità personale.

Risposi negativamente, anche se non sono al digiuno, completamente.

Senza preamboli mi prese le mani nelle sue, mi guardò e disse di non sorprendermi, se mi diceva, che da tempo mi conosce. Voleva dire che aveva coscienza del mio esistere.

Disse con fermezza, che non sono felice in amore e che questo è un momento ciclico particolare.

 Mi disse, che la donna che amo e che mi ama, per sue necessità karmiche, mi farà soffrire.

Questo periodo sarà più lungo, se io non chiederò a me stesso, la dovuta sofferenza.

Il suo spagnolo, era per me comprensibile, ma lento, il suo parlare.

La mia agitazione era palese e dovette consolarmi, promettendo che mi avrebbe chiarito tutto, in termini molto semplici e nella realtà della vita.

 Dal rotolo dei fogli ne sortì uno, con un mio vecchio disegno in cui i rami senza foglie, con una figura maschile, seguivano una figura femminile. In quell’immagine, che chiamo di Appollo e Dafne c’era la spiegazione del mio esistere . Mi fece notare, che nelle figure allusive, non c’erano le teste, perché la storia, le aveva consumate. Nelle figure di qualche anno or sono, la donna aveva chioma di fronda, perché era nella storia. Nei disegni attuali, i due tronchi non si rincorrono ma si abbracciano.

 Sono nuovamente senza la testa ed i rami corrono verso il cielo senza intrecciarsi. Mi conferma che io dipingo quelle immagini, seguendo il mio pensiero, che è spia.

Le mie mani nelle sue, mi facevano sentire a disagio.

 Il suo volto era profetico.

Mi sentivo squartato con ascia affilata.

Non voleva che parlassi, ne per confermare, ne per negare, perché tutto, per lui, era scritto con un linguaggio, che non commette errori.

Il difetto è nella nostra incapacità di leggere e di voler capire.

Non avevo intenzione di parlare.

Ripercorrevo con la mente l’avventura dei lavori e li collegavo ai fatti della vita.

Voleva parlare d’amore, del mio vissuto in amore.

Sono convinto della confusione, dell’ansia e della forza che governa le mie azioni.

Mi sorpresi che, voleva parlare di reincarnazione e mi analizzava freudianamente.

 Per farmi capire, disse subito, che l’artista è un uomo con tante braccia, tante mani e tante teste ma che, il suo pensiero attivo, è soltanto uno.

Il mio ventre è il catalizzatore di ogni mia azione ed avventura di pensiero.

 Ancora Freud… mi dicevo. Non vedevo l’ora di svincolarmi da quell’uomo.

Mi lasciò con un sorriso dicendo:- Io sono in tua soggezione, perché tu puoi capire chi io sia. Tu sei un albero da frutto molto produttivo ed io sono un frutto del tuo albero, anche se non ci eravamo mai incontrati prima e siamo nati a migliaia di miglia l’uno dall’atro e con uomini e donne che non si conoscevano fra di loro.

Volevo che la seduta avesse termine.

Aveva spesso sentito parlare di me. Aveva cercato, in rete, di conoscere il mio lavoro. Si era informato e voleva chiedermi di persona, alcune cose, relativamente al tema di Apollo e Dafne e dei miei alberi.

 Aveva con se tante riproduzioni con appunti minutissimi.

Mi parlò subito di reincarnazione.

 Mi chiese se avessi mai fatto  regressioni, analisi o ricerca esoterica della mia entità personale.

Risposi negativamente, anche se non sono al digiuno, completamente.

Senza preamboli mi prese le mani nelle sue, mi guardò e disse di non sorprendermi, se mi diceva, che da tempo mi conosce. Voleva dire che aveva coscienza del mio esistere.

Disse con fermezza, che non sono felice in amore e che questo è un momento ciclico particolare.

 Mi disse, che la donna che amo e che mi ama, per sue necessità karmiche, mi farà soffrire.

Questo periodo sarà più lungo, se io non chiederò a me stesso, la dovuta sofferenza.

Il suo spagnolo, era per me comprensibile, ma lento, il suo parlare.

La mia agitazione era palese e dovette consolarmi, promettendo che mi avrebbe chiarito tutto, in termini molto semplici e nella realtà della vita.

 Dal rotolo dei fogli ne sortì uno, con un mio vecchio disegno in cui i rami senza foglie, con una figura maschile, seguivano una figura femminile. In quell’immagine, che chiamo di Appollo e Dafne c’era la spiegazione del mio esistere . Mi fece notare, che nelle figure allusive, non c’erano le teste, perché la storia, le aveva consumate. Nelle figure di qualche anno or sono, la donna aveva chioma di fronda, perché era nella storia. Nei disegni attuali, i due tronchi non si rincorrono ma si abbracciano.

 Sono nuovamente senza la testa ed i rami corrono verso il cielo senza intrecciarsi. Mi conferma che io dipingo quelle immagini, seguendo il mio pensiero, che è spia.

Le mie mani nelle sue, mi facevano sentire a disagio.

 Il suo volto era profetico.

Mi sentivo squartato con ascia affilata.

Non voleva che parlassi, ne per confermare, ne per negare, perché tutto, per lui, era scritto con un linguaggio, che non commette errori.

Il difetto è nella nostra incapacità di leggere e di voler capire.

Non avevo intenzione di parlare.

Ripercorrevo con la mente l’avventura dei lavori e li collegavo ai fatti della vita.

Voleva parlare d’amore, del mio vissuto in amore.

Sono convinto della confusione, dell’ansia e della forza che governa le mie azioni.

Mi sorpresi che, voleva parlare di reincarnazione e mi analizzava freudianamente.

 Per farmi capire, disse subito, che l’artista è un uomo con tante braccia, tante mani e tante teste ma che, il suo pensiero attivo, è soltanto uno.

Il mio ventre è il catalizzatore di ogni mia azione ed avventura di pensiero.

 Ancora Freud… mi dicevo. Non vedevo l’ora di svincolarmi da quell’uomo.

Mi lasciò con un sorriso dicendo:- Io sono in tua soggezione, perché tu puoi capire chi io sia. Tu sei un albero da frutto molto produttivo ed io sono un frutto del tuo albero, anche se non ci eravamo mai incontrati prima e siamo nati a migliaia di miglia l’uno dall’atro e con uomini e donne che non si conoscevano fra di loro.

Volevo che la seduta avesse termine.

 Mi sentivo spremuto.

Mi chiese, porgendomi un foglio di carta ed una matita, di disegnare il mio albero, per lui.

 Disegnai in pochi secondi, una quercia frondosa con tronco inclinato.

E’ il mio albero- dissi-

Mi abbracciò contento, raccogliendo devotamente quel piccolo pezzo di carta.

Incontro con Tamik

Prima che partisse, volevo rivedere Tamik. Mi era rimasta una grande curiosità.

Volevo capire, come mai un uomo come lui, si fosse così interessato alla mia storia d’amore.

Ci vedemmo la mattina presto in una spiaggia vicino alla casa dove era ospite.

Trovammo posto sotto un albero, sul mare.

 Feci subito la domanda che mi stava a cuore e mi rispose, che gli uomini sono amore.

L’uomo è amore in tutte le sue espressioni e che senza, non esiste niente.

 Tutto nasce, cresce e muore per amore.

 Non capii quale fosse l’oggetto ed il principio e lo chiesi.

 La risposta fu che gli esseri viventi che conosciamo e quelli, che non conosciamo, e sono tanti, esistono per amore.

L’uomo è energia e l’energia è amore.

Noi, non siamo in grado di misurare la portata e la ragione, dobbiamo accontentarci di percepirla.

 Per quanto riguarda gli artisti, ovvero coloro che si esercitano a creare o ricreare oggetti e situazioni, il discorso è ancora più semplice da comprendere. L’amore per costoro è ruolo, esercizio e confronto.

Per uno come me, a suo dire, l’amore è tutto. 

Disse che osservando il mio lavoro, l’amore governa il mio agire ed il mio pensiero, costantemente ed assolutamente. Per farmi capire ha citato in maniera attenta e precisa alcune mie opere, come intenzioni di agire e voglia di parlare a voce alta.

 Le mie situazioni d’amore del momento, sono pagine vive e perciò facilmente leggibili.

Nei miei occhi vedeva l’oggetto del mio amore e poteva apprezzarlo fisicamente.

Lui poteva vedere ciò che io avevo nella mia mente, vedere ciò che vedevo io e toccando le mie mani, aveva il piacere delle mie sul corpo di lei.

Aggiunse che era molto facile perché io ho sempre dipinto la sua immagine e che l’ho cercata in tutte le donne che ho frequentato.

La mia donna era colei che io avevo creato nella mia mente.

Le sue fattezze erano diventate le mie, perché lei era già in me.

 Il suo corpo era a mia immagine e somiglianza anche se lei rimane integra nella sua entità fisica e spirituale. Lei è uguale alla mia idea e diversa, come diverse sono le foglie dello stesso ramo.

 L’incontro fra me e lei, non è casuale, tutto è scritto ed allo stesso tempo tutto è affidato al vento dell’eterno.

Succede che ci incontriamo perché ci cerchiamo e ci cerchiamo perché siamo spinti dalla grande necessità di congiungerci, per sommare le disuguaglianze che ci appartengono. Già il fatto che nel momento dell’incontro siamo uomo e donna crea l’uguaglianza e differenza. Per parlare d’amore nel reale, l’uomo penetra e la donna riceve, ma questo atto è il segno che in natura si chiama unione.

Nell’unione ogni differenza è annullata, il risultato è verità, della quale, è inutile chiedere ragione, con i nostri mezzi a disposizione.

Le sue parole mi avevano provocato una maggiore curiosità di lasciare il generico filosofico.

Volevo parlare di lei, di noi.

 Insistetti e mi rispose, che anche il fatto che io la chiami con un nome che non è il suo, ha un significato. Ha motivo anche il fatto che l’abbia sempre disegnata prima di averla incontrata ed ho parlato di lei anche quando ci siamo persi nella vita.

Mi rendo conto che lei è il mio corpo quando è con me e quando è lontana.

 In tutti i corpi di donna ho cercato il suo seno ed il suo sorriso.

Lei ha le mani che voglio ed è ciò che le mie mani chiedono.

Il suo ventre è il mondo che voglio.

A questo punto mi ha chiesto se avevo coscienza della mia grande capacità di godere di lei fisicamente. L’ha chiesto attendendo risposta.

Non sapevo che cosa aggiungere avendo la sensazione che sapesse anche questo.

Mi risparmiò la complicazione del parlarne.

 Il suo ventre, si, il suo ventre, mi sono chiesto ed ho ricordato il pianto di piacere a posare il mio viso su di lei. Il suo sesso, la sua vagina, l’incanto, per le mie labbra e le mie dita.

Il piacere di sentire il suo piacere e le sue labbra in attesa.

 Aveva letto il mio pensiero e stringendomi più forte le mani, mi costrinse a guardarlo.

-Alcune parole scapparono dalle sue labbra in sorriso- La madre … la tua madre ritrovata, il piacere senza confine, il tuo femminile, la porta di un desiderio che diventa luce. 

 Lei è stata tua sorella incestuosa dopo aver vissuto nello stesso ventre. Le vicende della vita passata sono lontane ma non cancellate.

 Lei, ancora adesso, ti assomiglia.

 I secoli in cui siete stati cullati dal vento, hanno lasciato segni su di voi, ma anche in questi segni vi riconoscete. Continuando con pacatezza, aggiunse che il dramma dell’esistenza ha creato rancori che sfociano in sfida ma ciò, non cambia la ragione dell’amore. I nostri occhi sono lo specchio che raccolgono l’immagine che vogliamo. Non ci dobbiamo sorprendere se a volte vorremmo rompere lo specchio. Non dobbiamo preoccuparci, lo specchio ci conserverà anche in frantumi.

L’amore umano di cui parliamo è fugace, provvisorio, è una prova di auto conoscenza, di rifugio. 

Ma è l’unico momento che è dato all’uomo di percepire il suo cammino.

 L’amore che noi viviamo è la vita, che abbiamo la fortuna di stringere nelle nostre mani.

L’amore è la strada che non ha gradini segnati, ma che esiste. La comunione fisica ed il piacere, deve essere un esercizio di fede nella capacità dell’uomo di congiungersi col divino che è rimasto in lui.

 L’arte, a questo punto, è esercizio.

 L’arte di amare, il mistero.

Dobbiamo cercare di essere capaci di costruire templi d’amore con colonne di tenerezza ed archi di sublime fantasia.

Aveva parlato della mia vita passata come se la conoscesse.

L’altra vita che lui diceva di aver conosciuto.

Ma aveva parlato anche di lei, che cosa sapeva. Che cosa poteva dirmi.

Sorridendo mi disse che ero io che l’avevo raccontata ed attraverso il mio racconto, fatto di parole dette e taciute, era arrivato ad incontrare lei.

Non era stato molto faticoso, a suo dire.

 Il tutto avviene come nei film a puntate, dove devi, dopo aver girato , essere abile a costruire la storia, da dare allo spettatore.

 Nel mio caso era stato molto immediato e semplice.

 Sicuramente, col tempo, avrei potuto comprendere .meglio le sue parole.

Le nostre vite precedenti

Ero un capitano di navi  proveniente da un isola nell’Egeo.

Il mio compito era di scoprire nuove terre da conquistare

In queste terre si costruivano nuove città  di cui ero artefice.

La mia vita era però tribolata dall’amore di una mia sorella nata nel ventre di mia madre, ma da padre diverso. Le lotte interne alla famiglia mi fecero vivere lontano da casa fino alla morte di mio padre.

 Ebbi altre famiglie e cosi pure mia sorella.

 La mia vita finì in un viaggio di ritorno in patria.

Avevo premura di rientrare  ed affrontai il mare in tempesta .

La nave non resse e finimmo sugli scogli prima di entrare in porto.

 Lo stesso giorno mia sorella fu calpestata dai cavalli che stava preparando per raggiungermi sugli scogli del l’affondamento .

I segni delle ferite sono ancora visibili sul petto della donna, che ora è il mio amore.

Il suo corpo ed il mio, venne seppellito nel cortile di casa.

In questo cortile c’era un albero con due tronchi che avevano foglie odorose e sempre verdi .

 Era stato piantato il giorno della mia nascita.

Accanto, spontaneamente era cresciuto un altro tronco.  I loro rami si intrecciavano l’uno con l’altro. Questa pianta, fini di vivere all ’alba del giorno, seguente, la disgrazia.

Tamik doveva salutarmi per prendere l’aereo.

Mi lasciò con i miei alberi e la storia che il sole caldo del 21 agosto alle ore 12, faceva ribollire la mia testa

Sarà il vento

Il colloquio con Tamik mi ha lasciato perplesso ed intimorito.

Mi sono chiesto come si fa a vedere, ciò che dice di vedere.

Vede una mia esistenza passata e la documenta.come ha fatto lui.

Ho cercato di riflettere sulle cose che ho sentito.

Ho verificato che molte coincidono o possono coincidere.

Il risultato del suo parlare è stato un viaggio fantastico, che continua col pensiero.

Quando sulla strada che lo portava alla casa in cui era sopite, ho chiesto.

Come è possibile che cercando di vedere  la mia vita si può vedere la  vita. di un’altra persona. 

Tamik, sorrise e rispose.-

Ti ho parlato dell’albero con due tronchi, è successo perché osservando l’uno non puoi non vedere l’altro . I vostri rami sono intrecciati e secondo il vento che tira, si urtano si danno fastidio, perchè la corteccia urtata provoca fastidio ed a volte dolore. Ma quando si potano i rami intrecciati, tutto l’albero soffre, cresce male e le foglie riappaiono soltanto quando i rami si abbracciano.

 Questo non succede se le piante sono separate, non sei portato a cercare oltre.

Ma ti ripeto, non usare troppo la tua ragione. Io, non sono capace a consolarti con la mia.

L’unica verità da prendere in considerazione è la sensazione che arriva.-

 Ho aggiunto che potevo raccontare dei fatti in merito, che mi hanno creato interrogativi.

 La sua risposta è stata, che dovevo sempre far perno su l’immagine dell’albero.

Ho chiesto come mai mi ha detto che i nostri sorrisi sono simili.

 La risposta fu-_ Non ho una spiegazione, l’ho visto, l’ho sentito, come ho sentito le tue vibrazioni relativamente al suo ventre.

La mia sensazione è stata che il suo ventre e ciò che ne comporta è il tuo ventre.

 Il tuo pene è la sua vagina e le tue mani non hanno ragione  e ne confondono i confini.

 Quando tu entri in lei confondi il ruolo, smetti di essere te stesso e cosi pure quando giacendo accanto a lei, l’accarezzi. Tu non ricordi più se il corpo è tuo o suo ed anche se hai coscienza che è suo, le tue mani  si perdono oltre la tua coscienza.  Non chiederti perché le tue labbra cercano le sue e non chiederti perché le tue labbra non hanno che lei e nessun’ altra donna, è come lei.

Fa tesoro di ciò che senti  e non agire con altri istinti che non siano quelli che ti governano.

 Tutto ciò che tu mi puoi raccontare, per avallare o negare ciò che dico, non serve.

Sono parole che non traducono il nostro pensiero.

 Le parole in questi casi sono incapaci ad esprimere la verità.

 Neanche i più preparati possono arrivare ad avvicinarsi.

Dipende dal vento che tira, dall’aria e dal sole che c’è in cielo ed in noi.

Quando pensando a ciò che abbiamo detto, assocerai altri fatti, soffermati al sentire ed all’emozione per trarre piacere dalle buone ed ignorare il resto.

 Tutte le cose che hai appreso o sulle quali sei stato indotto a riflette, non contengono nessuna novità, ma sono pagine di un libro che non hai letto, anche se il vento, le ha aperte di fronte ai tuoi occhi.

 I tuoi occhi ora hanno delle lenti che servono, se le metti nella distanza giusta, altrimenti, possono anche deformare ciò che vedi e senti.  .

 Controlla se puoi, se i rami hanno foglie e se sono profumate, questo è segno di buona vita. .

 Mentre parlava mi veniva in mente che non aveva più parlato di amore, ne del mio lavoro, ne del perché del suo interesse ad entrare nella mia vita.

 Ricordavo soltanto che mi aveva detto. fin dall’inizio del suo parlare, che vivo un sentimento travagliato. Volevo chiedere ma non sapevo come formulare la domanda, in maniera congeniale al momento.

 Dissi soltanto avrò foglie sui miei rami?  La risposta fu.-

 Le piante vanno coltivate e protette, per quanto si può, dal vento, come l’amore, ma non chiedere quel che sarà, non posso vederlo, perché non è dipinto in nessun cielo e nessuna tela.

 Ma ricorda che dipingendo la tela, tu dipingerai anche il tuo cielo.

Pensai a quanto potesse essere suggestivo, poterlo fare con I raggi del sole.

Bello, credo non ti mancheranno i pennelli per farlo, ma con i raggi del sole, forse. è meglio.

.Mi venne in mente colei di cui avevamo parlato ed il desiderio di comunicare, ma non potevo  ed ero un poco confuso.

 Inviai un timido messaggio a quel ramo staccato dal mio tronco, in quel momento.

 Gridai il suo nome, ma non so perché .

La corteccia dei rami alti era sofferente di attrito e le foglie a mio sentire, erano state assediate dalla siccità e dal vento cattivo.

 Gridai al vento il suo nome, ma quel giorno. neanche in Sardegna, c’era un filo d’aria e le mie parole, si fermarono sulla terra battuta della strada assolata..

Riflessioni

Rimuginando su quanto avevo sentito e pensato mi ponevo il problema di come raccontare all’interessata il fatto, che fosse stata tanta volte tirata in argomento.

 Pensai che avrei potuto raccontare qualcosa, come un fatto di poca importanza, ma allo stesso tempo, mi sarebbe piaciuto coinvolgerla nell’argomento, col timore di essere preso in giro.

 Conscio, che i rischi, comunque, erano presenti, inviai un messaggio di annuncio ed il giorno dopo la sentii al telefono e per sommi capi accennai qualcosa.

 Ebbi la sensazione di essere ascoltato e questo mi confortava.

 Trascrivendo l’accaduto. ho cercato di essere quanto più possibile, fedele alle parole di Tamik.

 Trovai una certa difficoltà, perché mi accorgevo di dover mediare per tradurre il significato ed il senso delle parole.

Avevamo detto tanto ed i dubbi si accavallavano quando cercavo il significato.

 Mi resi conto che le parole hanno solo parte del discorso ed il resto sono i gesti, se pur contenuti, nel linguaggio che è fatto di piccole avventure condivise e taciute.

 A volte mi pareva non ci fosse neanche la necessità di chiarire ed anche quelle che sembravano piccole contraddizioni, avevano un senso nel discorso.

 Del resto, l’immagine era sempre garante e l’albero diventava una antologia di acquisiti significati necessari.

 Pensavo a lei più che mai e forse in una maniera diversa.

 Mi pareva di dover alzare le braccia al cielo per cercare le sue e vedere dove fossero le ferite.

 Mi dissi che le avrei parlato dello specchio, perché mi pareva la cosa più comprensibile.

Quello specchio, che io, tante volte ho cercato di infrangere con tutta la volontà.

 Altrettanto, in forma fisica ha fatto lei, per non vedere più i miei occhi alle sue spalle, che la guardano con adorante ammirazione e gioia di poterla vedere. Sfida e minaccia.

 Questa sensazione era già stata in qualche maniera accennata nei nostri discorsi e forse accettata .

 Nella mia mente però c’erano altre cose intriganti e per me, sacrosantamente sensibili.

 Avrei dovuto parlare del suo ventre  per arrivare ad accennare alcuni atteggiamenti in amore agito.  Sapendo della difficoltà di dire certe cose in maniera ascoltabile mi ripromisi di dilazionarli nel tempo e se fosse venuto il momento e l’occasione, affrontare il discorso leggendo gli appunti del momento.

 La verità era, che lei mi entrava nel sangue, oltre che nella testa e facevo difficoltà a trattenerla. L’invasione era totale e costante. Mi stavo abituando ad ospitarla con piacere.

 Mi sentivo tronco e rami, con i suoi intrecciati ai miei.

 Cosi avveniva col pensiero.

Non vedevo l’ora di incontrarla e l’attesa era pervasa da timore e speranza di trovare una via di comunicazione felice.

Non potevo pensare a strategie, perché con lei non riesco, quindi, non rimaneva che stare nel vento .


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